Davamo le semenze agli uccelli e il pane bianco ai cristiani.
Ora facciamo il contrario.
Piacere Gianluca, per tutti Giafons. Se vuoi farmi felice chiamami così. Perché quando entro in contatto con la farina mi trasformo, e il placido Gianluca diventa l’effervescente Giafons. Sono sposato con Francesca e figlio di Pietro e Luisa. Nella vita faccio cose, tante cose, purché abbiano a che fare con la farina. Anzi, vivo di farina: farina e acqua, farina e aneddoti, farina e storie.
E dopo tanto studio arriva la seconda storia. Mi chiama un giorno una residenza per anziani per chiedermi una piccola conferenza sul pane di una volta. Accetto volentieri e inizio a pensare al mio intervento, a mia nonna, al mio periodo da bambino. Appena iniziato e appena pronunciata la parola pane una signora sorride e molto dolcemente mi dice: “per parlare di pane bisogna conoscere la fame”. È lì che ho capito che negli anni il pane, ma anche la pizza, i panettoni, si sono trasformati da alimento perfetto per placare la fame, a oggetti di design, in cui la forma (il cornicione, le alveolature) conta più della sostanza. E questa cosa non mi piaceva.
Negli anni ho esplorato tutti i mondi dell’arte bianca, dai campi ai forni, passando per i mulini. Questo mi ha permesso una visione diversa dei prodotti da forno e mi ha dato un obiettivo: porre assieme le basi per un pane 2.0. Un pane né bianco, né scuro, ma sincero. Un pane che deve guardare al nostro glorioso passato di maestri panificatori, perché secondo me il futuro è lì, dietro alle nostre spalle.